Nonna materna: saggia consigliera o aiuto pratico?

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La nonna materna detiene da sempre un ruolo privilegiato in famiglia.

Collabora al sostegno materiale ma soprattutto affettivo, custodisce la memoria, garantisce continuità alle generazioni future, condiziona con la sua presenza l’avvenire dei nipoti. Se un tempo era affiancata da altre figure femminili nell’accudimento dei nuovi arrivati, oggigiorno si ritrova spesso ad assolvere questo compito da sola.

Non a caso numerose indagini confermano che è proprio lei a incidere maggiormente, rispetto agli altri nonni, sullo sviluppo educativo dei nipoti.

Ulteriori dati statistici confermano che è la figura più ricordata e amata, percepita nella stragrande maggioranza dei casi come una seconda madre.

A livello psicologico, si ritiene che questo dipenda dalla tendenza delle donne ad affidare i propri bambini alla madre, per una questione di maggiore feeling e fiducia.

Fra l’altro, proprio nell’età postmoderna, sembrerebbe essersi formata una nuova alleanza fra madri e figlie.

E questo rapporto di complicità ha ovviamente effetti positivi sui nipoti che tendono, di conseguenza, a percepire la nonna materna come una figura rassicurante simile alla propria mamma. Quindi maggiormente degna di fiducia rispetto ad altre figure parentali. E’ altrettanto vero che questo aspetto, in casi estremi, può rivelarsi insidioso, specialmente se il rapporto madre-figlia è morboso o se sussistono dinamiche escludenti nei confronti degli altri nonni.

Ruolo psicologico della nonna materna in famiglia

Per quanto riguarda l’opinione dei nipoti, gran parte di essi concordano nel percepire una maggiore continuità familiare ed emozionale con la parte materna della famiglia.

E per quanto concerne le figlie delle nonne materne, prevale un’opinione positiva a 360 gradi della propria madre, che non svolge solo un ruolo di aiuto pratico ma viene percepita come saggia consigliera.

Gli stessi nipoti sono propensi a riconoscere alle nonne materne un ruolo educativo ed è sempre a loro che si rivolgono per primi in caso di assenza della madre.

Per non parlare poi dell’influenza della nonna materna a livello psicologico sull’approccio educativo della figlia.

Tutto questo ribadisce l’importanza della nonna materna ma va precisato che le nonne più soddisfatte, e di conseguenza più positive, sono quelle che non sostituiscono completamente la figura genitoriale.

Secondo alcune ricerche, queste ultime soffrirebbero maggiormente di disturbi di salute e depressione, dovendo accollarsi una responsabilità evidentemente eccessiva.

A quanto pare una nonna materna che partecipa all’educazione dei nipoti è costruttiva, mentre le nonne che rimpiazzano i genitori rischiano di risultare controproducenti.

Fonte: eticamente.net

Le precauzioni da adottare per sciare in sicurezza

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Precauzioni per sciare in sicurezza

I consigli degli esperti per trascorrere al meglio una giornata sulle piste

 

La neve tanto attesa dagli appassionati di sci è arrivata. Per sciare in sicurezza, però, controllare l’attrezzatura e adottare un abbigliamento corretto da soli non sono sufficienti!

 

Le buone azioni dello sciatore

 

Per divertirsi fino in fondo e sciare in sicurezza, è meglio ripassare le buone azioni dello sciatore responsabile:

  Un po’ di allenamento è fondamentale: una buona gamba ci fa stare più tranquilli e godere di più una giornata di sport all’aria aperta.

  Indossare il casco: per i ragazzi fino ai 14 anni è obbligatorio, ma è utile per tutti. Usiamolo!

  Rispettare la distanza di sicurezza dagli altri sciatori, specie quando si sorpassa: è possibile farlo a monte o a valle, dalla destra o dalla sinistra, purché venga lasciato sempre spazio di manovra agli altri sciatori.

  Sostare a bordo pista, mai nei passaggi obbligati o senza visibilità: in caso di caduta bisogna spostarsi ai lati della pista per non creare problemi agli altri.

  Dare la precedenza agli incroci: come in automobile ricordiamoci di far passare chi viene da destra.

  Prestare soccorso a una persona infortunata.

  Adattare la velocità:  le proprie capacità, le condizioni della pista, del tempo atmosferico e la densità del traffico sono fattori da tenere sempre a mente.

 

E da un punto di vista assicurativo, quali precauzioni possiamo adottare?

 

Munirsi di una copertura assicurativa adeguata è non solo utile e opportuno, ma è sempre una scelta responsabile.

Basta infatti una piccola distrazione, la velocità sostenuta con cui si affronta una discesa o un dosso, qualche piccola imprudenza per farci perdere l’equilibrio.

Le conseguenze? Meglio se nessuna, ma anche un piccolo infortunio fastidioso ci può impedire, per esempio, di svolgere per un po’ di tempo la nostra attività o ci costringe ad affidarci a forme di assistenza domiciliare durante la nostra temporanea inabilità.

Non solo. Gli incidenti sciistici possono causare danni fisici importanti agli sciatori che involontariamente abbiamo urtato, anche in modo non violento. Le lesioni che causiamo, i danni alle cose (attrezzatura compresa) fino ad arrivare alle conseguenze più gravi possono essere fronteggiati con maggiore serenità in presenza di un’idonea copertura assicurativa.

ITAS ti protegge con un servizio assicurativo che risponde alle tue necessità, dalla polizza infortuni alla copertura Rc del capofamiglia.

Un bravo sciatore è anche sempre informato: consulta il consulente assicurativo ITAS e il portale www.gruppoitas.it, troverai le risposte che ti servono.

 

Assistente familiare: tante sfaccettature per un solo ruolo. Intervista a Sara Puliga di Familydea

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“Certo e intenso”: l’ISTAT non ha usato mezzi termini nel recente rapporto “Il futuro demografico del Paese”, per definire il processo di invecchiamento della popolazione italiana al 2065.
In questo contesto, come spiega Sara Puliga, coordinatrice del portale Familydea (www.familydea.it), la piattaforma che mette in connessione diretta gli utenti con i servizi e le soluzioni di supporto e assistenza presenti sul territorio di riferimento, “i cambiamenti socio-demografici spingono a cercare soluzioni di welfare familiare attraverso canali nuovi. Le richieste di assistenza, infatti, non trovano più risposta nell’offerta pubblica o nelle tradizionali relazioni familiari, e richiedono necessariamente di immaginare progetti consapevoli e lungimiranti che sappiano dare risposte quotidiane ai nostri bisogni di cura e salute”.

Sara Puliga, coordinatrice di www.familydea.it.

Oggi, per definire la figura – componente familiare o professionista – che offre questo tipo di servizi si usa sempre più spesso una parola presa a prestito dall’inglese: caregiver.

Per una volta non si tratta forse della solita moda anglofila, perché l’espressione racchiude in sé un significato ricco di sfumature, difficilmente traducibile con un unico termine.

Caregiver indica “colui o colei che si prende cura”, implicando aspetti non limitati alla sola assistenza pratica e fisica, ma legati anche al supporto psicologico ed emotivo del paziente e, spesso, dei suoi familiari. L’assistente familiare svolge, insomma, un ruolo che va oltre il concetto classico di “lavoro”.

Per comprenderlo meglio, Health Online ha quindi rivolto a Sara Puliga alcune domande di approfondimento:

Sara, in base all’esperienza diretta tramite la rete Familydea, può spiegare ai nostri lettori i meccanismi legati all’eventuale coinvolgimento con il nucleo familiare dell’assistito?
Quasi sempre gli/le assistenti familiari riescono ad integrarsi con il nucleo familiare presso il quale prestano servizio, instaurando nel tempo un buon rapporto. In questo tipo di relazioni l’affettività entra in campo in maniera determinante e per questo è necessario che l’operatrice riceva il giusto supporto sia da parte del nucleo familiare, sia dall’organizzazione inviante che, generalmente, mantiene un ruolo di monitoraggio e mediazione per tutto il tempo in cui l’operatrice/operatore lavora. Ciò è essenziale perché la relazione tra badante e assistito può risultare estremamente positiva, ma anche motivo di scontro. Diversi sono i fattori che determinano la facilità della relazione: le abitudini, la differenza culturale, gli aspetti caratteriali, le patologie dell’assistito e le aspettative sue e della famiglia.
Inoltre, è possibile che i legami affettivi vadano oltre la prestazione lavorativa in sé, con un coinvolgimento personale e un carico emotivo a volte molto forte per l’operatrice/operatore. Anche in questo caso, la professionalità e l’esperienza dell’assistente familiare e, lo ripeto, il ruolo giocato dai familiari e dall’organizzazione inviante fanno la differenza. Sono casi rari, ma può succedere che la famiglia sia poco coinvolta o del tutto assente, e deleghi ogni responsabilità dell’assistito all’operatrice. Se, a sua volta, l’assistente familiare ha la famiglia lontana, può ritrovarsi a colmare questa mancanza con la presenza e l’impegno profuso per la persona che sta assistendo.
Queste sono comunque situazioni estreme. In generale riscontriamo un contesto equilibrato nel quale l’assistente diventa parte integrante di un nucleo familiare proattivo e partecipe, conquistando la fiducia della persona assistita e della sua rete familiare grazie a un approccio reciproco e positivo. Soprattutto nei casi di assistenti familiari conviventi, questo tipo di coinvolgimento facilita la costruzione di legami interpersonali sani e di un servizio sicuramente migliore da parte dell’operatrice, basato su un rapporto personale unico, in costante equilibrio tra la sfera professionale e quella affettiva.

Parlando di nucleo familiare, è inevitabile parlare di feste in famiglia: la richiesta di assistenza domiciliare si riduce o si intensifica in questi periodi?
Durante i periodi festivi, le richieste di assistenza domiciliare aumentano tantissimo: praticamente raddoppiano, così come le richieste di ricoveri di sollievo in Case di riposo o Residenze sanitarie assistenziali (RSA). Questo succede perché molti operatori approfittano delle ferie per raggiungere i propri cari. In questi casi le famiglie, in accordo con l’assistente familiare che lo ha richiesto, iniziano a programmare una sostituzione dell’operatrice e, agendo per tempo, riescono a limitare al massimo stress e difficoltà. Può capitare che i familiari si rivolgano alle organizzazioni richiedendo sostituzioni non pianificate o di emergenza: questo li porta a dover accettare anche offerte poco economiche o, a volte, improvvisate. Laddove non sia di difficile previsione, è sempre importante pianificare nel modo giusto una sostituzione, in quanto è fondamentale dare all’organizzazione inviante il modo di analizzare le esigenze dell’assistito, la compatibilità dell’operatrice/operatore, e cercare, anche se per un breve periodo, la persona più adatta da proporre alle famiglie.
Soffermiamoci ancora sul tema ‘famiglia e festività’. Sappiamo tutti che i momenti di ritrovo con i parenti sono fonte di felicità ma, a volte, anche di stress e tensioni accumulate che possono esplodere. Qual è l’esperienza dei professionisti della rete Familydea?
Il periodo delle feste è quasi sempre fonte di gioia. È un periodo positivo anche se l’assistito ha difficoltà, dolori o complicazioni ed è importante fare in modo che si crei un clima sereno per tutti, assistente domiciliare incluso.
È essenziale non sottovalutare mai le esigenze degli assistiti, tenendo presente le loro fragilità ma, al tempo stesso, stimolandoli e coinvolgendoli nell’organizzazione. Escluderli dai preparativi può indurre senso di inadeguatezza e inutilità, soprattutto nel caso degli anziani: non dimentichiamo che sono proprio loro i portatori diretti delle tradizioni di famiglia. Farsi dare indicazioni e richiedere la loro guida per le decorazioni o la preparazione dei piatti o della tavola, significa restituire loro un ruolo e farli sentire al centro della vita familiare.
Tuttavia, le festività di qualunque tipo possono essere anche fonte di stress e ansia quando criticità tra familiari, o situazioni di disaccordo e pressione psicologica dovuta per esempio all’assistere un genitore in difficoltà, trovano in questi momenti di ritrovo l’occasione per emergere. Gli operatori sono spesso consapevoli delle dinamiche intrafamiliari e con il supporto delle organizzazioni cercano di capire in anticipo se ci sono contesti familiari di questo tipo. Non sempre però si riescono ad individuare preventivamente le fragilità di un nucleo familiare: nei casi più gravi e laddove è manifesto un profondo bisogno di conciliazione familiare, le organizzazioni suggeriscono un supporto psicologico e un corso per caregiver familiari.
Momenti di difficoltà possono essere causati anche dai cambiamenti introdotti in termini, ad esempio, di routine quotidiana diversa, orari irregolari per i pasti o per i riposi pomeridiani. L’assistente familiare deve riuscire a gestire l’agitazione causata da questi cambiamenti temporanei. Per esempio, è possibile contribuire a ridurre lo stress cercando di far tornare alla memoria ricordi positivi, chiedendo di poter sfogliare gli album di famiglia o di vedere vecchie foto o filmini; inoltre, in caso di parenti lontani, una persona anziana apprezzerà sicuramente mettersi in contatto con loro attraverso videochiamate, che contribuiranno a creare nuovi ricordi, importanti, tanto quanto quelli felici del passato.

A proposito allora dei cambiamenti, seppur temporanei, introdotti nella routine quotidiana, quali sono le difficoltà di tipo logistico riscontrate dai professionisti della rete Familydea durante le vacanze e come le affrontano?
Se si trascorrono fuori casa, è fondamentale che l’assistente familiare consideri accuratamente le esigenze dell’assistito, anche in caso di spostamenti durante il periodo delle vacanze. In caso di viaggi programmati, tutti gli spostamenti dell’operatore e dell’assistito devono essere concordati con l’organizzazione per cui l’assistente familiare lavora in modo da ridurre al minimo rischi e difficoltà. Alcune famiglie programmano anticipatamente, insieme all’organizzazione, l’assistenza tecnico-operativa e prevedono un sopralluogo per la permanenza fuori casa, dove verificano la presenza di condizioni opportune per l’assistito e per l’operatrice/operatore. Altre famiglie, invece, delegano totalmente la cura dei propri cari agli assistenti familiari, anche se trascorrono le vacanze in casa. Questo disinteresse purtroppo aumenta le criticità e le emergenze, che possono riguardare carenza di medicinali o necessità di denaro per le spese giornaliere. Se coinvolte per tempo, le organizzazioni stesse possono provvedere al reperimento di farmaci, al contatto con un medico di base per le ricette, all’invio tramite servizi di consegne a domicilio.

Dal quadro che Sara Puliga ha delineato per i lettori di Health Online, emerge in modo evidente quanto il ruolo dell’assistente familiare sia impegnativo anche dal punto di vista psicologico. Non a caso negli ultimi anni da oltreoceano riecheggia la domanda: “Who Takes Care of the Caregiver?”, ossia: chi si prende cura di coloro che si prendono cura? In particolare per chiunque, e a maggior ragione per gli assistenti familiari, ritrovarsi in determinati momenti dell’anno lontani dai propri cari e anzi inseriti in un diverso nucleo familiare può essere pesante. Concludiamo allora l’intervista proprio su questo punto:

Come vivono i professionisti della rete Familydea i periodi festivi?
Complessivamente gli assistenti familiari riescono a viverli abbastanza serenamente. Tuttavia, per la maggior parte si tratta di persone straniere, lontane dalla propria famiglia: per loro il senso di solitudine è certamente più intenso e può tramutarsi in senso di isolamento se non hanno intorno a loro una rete amicale solida e se la famiglia dell’assistito delega totalmente l’accudimento del proprio caro.
È importante contrastare questo rischio. Le organizzazioni, ma anche i nuclei familiari dove operano assistenti principalmente conviventi, devono incoraggiarli ad avere i propri spazi di evasione, a non rinunciare al proprio tempo libero, a dare importanza alle ore di sonno notturne e alla cura della propria salute. Altro aspetto fondamentale è la compresenza delle organizzazioni invianti e del Coordinatore del servizio, che diventano i riferimenti per un confronto con la persona e per una condivisione dell’esperienza che sta vivendo.

Fonte: Health Online

Infinite Flow – Quando la danza diventa accessibile a tutti

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#undecidedchallenge ❤️ This was so much fun putting together ? #translation of @chrisbrown “Undecided” Original Choreo: @phillipchbeeb @kristinfarina (Asst). @infiniteflowdance Translation Cast: Marisa Hamamoto @joelbrown (visiting artist and @candocodancecompany dancer) Mia Schaikewitz Kima Dima - Thank you @chrisbrownofficial @phillipchbeeb for the inspiration ❤️ ❤️ ❤️

Posted by Infinite Flow - An Inclusive Dance Company on Friday, January 18, 2019

 

 

Infinite Flow è una compagnia di danza professionale senza scopo di lucro con sede a Los Angeles che utilizza la danza come veicolo per eliminare lo stigma associato alla disabilità.

L’obiettivo di Infinite Flow è quello di:

  • Rendere la danza accessibile alle persone di tutte le abilità e di creare un mondo che tutti accettino e celebrino le reciproche differenze.
  • Potenziare le persone di tutte le abilità a #BeINFINITE attraverso la danza e la connessione umana.

La compagnia crea spettacoli di danza di alta qualità per smantellare lo stereotipo della disabilità e mostrare la bellezza dell’inclusione a un ampio pubblico, producendo lezioni di ballo di comunità, workshop ed esperienze in cui i partecipanti sono in grado di vedere che, sebbene siamo tutti diversi, possiamo ballare tutti e connetterci l’un l’altro.

Infinite Flow è stata fondata da Marisa Hamamoto, una ballerina professionista che è stata temporaneamente paralizzata dal collo in giù con un raro colpo chiamato infarto del midollo spinale.

“Hai freddo? Prendimi”

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Hai freddo? Prendimi’.

I cartelli sono appesi agli alberi, assieme ad appendiabiti pieni di cappotti, giacche, maglioni, sciarpe, a disposizione di chiunque ne abbia bisogno: l’idea è nata a Monza grazie all’associazione Salvagente Italia e dopo pochi giorni è stata ripresa in un’altra località brianzola grazie all’organizzazione no profit Desio Città Aperta. “Abbiamo lanciato lo scambio solidale di cappotti due anni fa, ma prima li lasciavamo su due attaccapanni fuori da altrettanti negozi monzesi aderenti al progetto – racconta Mirko Damasco, presidente dell’associazione -. Con quel sistema, da Natale 2017 a fine febbraio 2018 abbiamo distribuito 200 capi d’abbigliamento. Quest’anno per la prima volta utilizziamo gli alberi perché siamo convinti ci aiuteranno a raggiungere più persone”.

E le foto dei rami carichi di abiti caldi stanno iniziando a riempire le pagine social degli abitanti delle due città.

L’iniziativa è partita nell’ultima settimana di dicembre e, per ora, sono stati già ritirati 60 cappotti, “ma possiamo tenere il conto solo di quelli collocati direttamente da noi: so che tanta altra gente sta partecipando, perché soltanto a Monza ci sono 20 diversi punti di distribuzione”. Chi non vuole appendere direttamente il cappotto ma consegnarlo ai volontari può portare gli indumenti da donare ai punti di raccolta di Salvagente in via Collodi 8 a Monza o in via San Giovanni sul Muro 5 a Milano: “Ci hanno scritto tanti milanesi chiedendo informazioni perché vorrebbero replicare l’iniziativa” continua Damasco.

A Desio, intanto, sono già partiti: “Abbiamo letto sul web del progetto di Salvagente e l’abbiamo sposato in pieno, anche perché per noi rappresenta la prosecuzione dell’iniziativa ‘Cappotti in transito’, che avevamo lanciato due anni fa – spiega Paola Farina di Desio Città Aperta -, portavamo gli indumenti in una cabina telefonica dismessa da tempo, che però venne rimossa due settimane dopo il via dell’esperimento solidale. Per la prima notte abbiamo lasciato una decina tra cappotti e maglioni su un albero in via Garibaldi, a pochi passi dalla piazza principale di Desio. Nei prossimi giorni individueremo altri punti di distribuzione. Ci hanno donato vestiti persone di tutte le età, italiane e straniere”.

Fonte: larepubblica.it

Come compiere un atto d’amore

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Abbattere le frontiere anche della comunicazione.
E’ quanto accaduto a Faenza dove gli studenti di una classe dell’Istituto tecnico Oriani hanno desiderato conoscere la lingua dei segni per poter comunicare con una loro compagna non udente che altrimenti sarebbe rimasta isolata.
“È una cosa – ha spiegato Michele Orlando, insegnante di storia e italiano che segue l’alunna dal primo anno delle superiori – che in qualche modo pesava non poco sia alla ragazza sia ai suoi compagni. Per alcuni di loro era una vecchia amicizia, iniziata nel biennio, ma per molti altri una nuova conoscenza. Una compagna di classe – ha continuato Orlando – è anche un’amica con cui stringere relazioni, comunicare, dialogare, vivere insieme, per una condivisione la vita scolastica nella sua piena espressione.
E lei è una ragazza socievole e determinata, che ha conquistato tutti sin dai primi giorni di scuola, a partire dai suoi docenti di sostegno e dall’educatrice”.
Non ci è voluto molto per indurre il Consiglio di classe ad attivare il corso dedicato alla Lingua italiana dei segni anche per i compagni di classe del triennio.
Le lezioni si sono svolte durante il normale orario scolastico mattutino e ciascun docente ha ceduto alcune ore della propria materia per poter ritagliare spazio da dedicare interamente alla nuova disciplina.
Nel corso delle lezioni tanto i ragazzi della 3° A quanto la studentessa non udente hanno interagito perfezionando di volta in volta la loro comunicazione anche grazie al supporto degli insegnanti.

Un progetto solidale quello della classe faentina che ha ottenuto il plauso del ministro dell’Istruzione Marco Bussetti. “Il mio personale plauso e ringraziamento agli studenti della classe 3A-Afm dell’Istituto tecnico Oriani di Faenza che hanno tutti voluto imparare la lingua dei segni per poter comunicare e fare amicizia con la loro nuova compagna di classe non udente”, ha scritto in un post su Facebook spiegando che abbattere il muro che impedisce l’integrazione dei ragazzi con deficit uditivo nelle scuole è un impegno serio intrapreso in collaborazione con il ministro Lorenzo Fontana. “Abbiamo firmato il protocollo che prevede la formazione di docenti di sostegno qualificati esperti nella lingua dei segni.

La scuola – prosegue il ministro – non è solo un luogo dove si imparano nozioni ma è il primo contatto tra i nostri ragazzi e la vita in comunità.

È la loro seconda casa, dove imparano a socializzare con i loro compagni e dove nascono amicizie tanto profonde da accompagnarli per tutta la vita.

Quello degli studenti dell’istituto Oriani è davvero uno splendido esempio di amicizia e integrazione, un grande gesto di altruismo e amore che auspico sia da esempio per tutta la nostra comunità scolastica”, conclude.

Sempre a ridosso delle festività natalizie la lingua dei segni è stata rilanciata nel suo formato 4.0 da ‘StorySign’, un’app Huawei nata per favorire la lettura nei bambini sordi e disponibile in 10 lingue dei segni e scaricabile gratuitamente.

L’idea di creare un prodotto simile è sorta dal desiderio di colmare il divario tra la lingua dei segni e la lettura. I bambini non udenti – spiegano i creatori Huawei – hanno difficoltà a imparare a leggere perché non possono ascoltare i racconti della buonanotte letti dai loro genitori o insegnanti, tutte tappe fondamentali durante l’infanzia. Come se non bastasse, la lingua dei segni non possiede una forma scritta, visto che non esiste una sua traduzione diretta parola per parola.

Per questo motivo il colosso di telecomunicazioni cinese ha deciso di colmare il gap con una applicazione. La app è stata sviluppata in collaborazione con l’Unione Europea dei Sordi e l’Associazione dei Sordi Inglese e può essere scaricata gratuitamente da Google Play e dall’AppGallery di Huawei.

È disponibile in 10 lingue dei segni differenti e, per ognuna di esse, include per ora un classico della narrativa per bambini della Penguin Random House, anche se l’obiettivo dichiarato è quello di allargare anche ad altre fiabe.

Per poter utilizzare la app è necessario disporre di una copia fisica del libro per scansionare il codice a barre.

Fonte: Health Online, si ringrazia Alessandro Notarnicola

Mamma, sei sotto stress? Prenditi una giornata per te senza sensi di colpa

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Troppo spesso si mettono al primo posto il lavoro, la famiglia, gli impegni, mettendo in secondo piano i propri bisogni.

La life Coach ci insegna a regalarci una pausa e ritrovare la serenità.

Accompagna i figli a scuola, chiama l’idraulico, porta a spasso il cane, stira quella montagna di panni o contatta una donna delle pulizie, prendi accordi con la baby sitter, lavora sodo, compra il vestito per il matrimonio dell’amica, concorda le ferie con il tuo capo.

La quotidianità può essere sfiancante e portare a livelli di stress dannosi per la salute. Troppo spesso si mettono al primo posto il lavoro, la famiglia, gli impegni, mettendo in secondo piano i propri bisogni. In sostanza, non ci si ascolta. I livelli di stress aumentano inesorabilmente quando i “devo” e i “sono costretto a fare” superano di gran lunga i “sento la necessità di”.

È chiaro che non si può scappare dalle proprie responsabilità e dai propri compiti, ma per salvaguardare la propria salute mentale è fondamentale saper riconoscere e soddisfare i propri bisogni e desideri.

Abbiamo parlato con la counselor e life coach Marina Corazzi di quanto sia importante prendersi una giornata per se stesse e di come evitare i sensi di colpa.

  • Impara a ritagliarti uno spazio solo tuo. “Quando fai qualcosa per te non dimostri egoismo ma amore per te stessa. Prenditi il tempo che ti serve e utilizzalo facendo quello che più ti rilassa e interessa. Spesso è sufficiente fare piccole cose per stare meglio – sottolinea la life coach – Non rinunciare mai a questi momenti, anche se sembrano quelli più facilmente sacrificabili. Al contrario, elimina tutto ciò che è veramente futile.
  • Ascoltati. “Dona libertà alle tue emozioni: rimani sempre in contatto con te stessa, non dare niente per scontato. È importante focalizzarti su quello che stai facendo ora e non su quello che farai: migliorerai così l’impiego del tuo tempo e, se riuscirai a farlo negli spazi personali, riuscirai a farlo anche nel lavoro”.
  • Lavora per realizzare i tuoi sogni. “Spesso si rinuncia a hobby, sport, passioni. Fai riemergere quello che hai lasciato nel fondo del cassetto e fai materializzare i tuoi sogni. Ci vuole coraggio: non lasciarti spaventare dalla paura di un eventuale fallimento, pensalo invece come un insegnamento da cui prendere la forza per fare meglio”.
  • Prenditi un’intera giornata per te. “Vai fuori città, organizza una gita, ammira posti nuovi, fai un percorso eno-gastronomico con i tuoi amici. Soprattutto ridi, scherza: i momenti di allegria permettono il naturale rilascio delle endorfine e ti fanno sentire felice. Le giornate a contatto con la natura hanno un effetto terapeutico, allontanano l’ansia e aiutano a vivere meglio, stimolando la creatività e migliorando le capacità di problem solving. Ti aiuteranno inoltre a riscoprire percezioni ed emozioni che credevi perdute”.
  • Fai sport e medita. “Approfitta degli spazi aperti per fare l’attività fisica che più ti piace, solo così migliorerai fisico e umore. Anche la meditazione è efficace per ridurre ansia, stress e depressione: se praticata regolarmente accresce la resistenza alle pressioni che provengono dal mondo esterno e aumenta la concentrazione e l’efficienza cerebrale, donando un rilassamento generale”.
  • Investi su te stessa. “La tua vita migliora quando dedichi del tempo a te stessa, sarai piena di energie positive che potrai impiegare al massimo in tutte le altre attività, compresi gli impegni lavorativi e familiari. Raggiungi obiettivi di crescita, investi in modo che le tue azioni ti portino a fare percorsi che hanno lo scopo di migliorarti: investire su te stesso può solo arricchirti”.
  • Non sentirti in colpa. “Prendendoti degli spazi riuscirai ad allentare la morsa dello stress e questo sarà utile sia per il tuo rapporto con te stessa che nelle relazioni con gli altri – conclude Corazzi – Non sottovalutare i benefici di uno spazio solo tuo, da gestire come vuoi e con chi vuoi. Ne gioverai tu e ne gioveranno gli altri. Non sentirti in colpa per il tempo che dedichi a te stessa”.

Fonte: DdiRepubblica

Controindicazioni della ricompensa in denaro per i bambini per svolgono le faccende domestiche

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Nelle famiglie spesso i bambini sono coinvolti nelle faccende domestiche; ancora più spesso, questo accade a fronte di una ricompensa in denaro. “È per insegnare loro il valore dei soldi”, dicono alcuni genitori: ma gli esperti sono di tutt’altro parere in merito al fatto di pagare i bambini per aver svolto delle faccende, come membri di una comunità, ovvero di una famiglia.

Ecco perché sarebbe opportuno evitare una ricompensa economica e quando è invece è benefica.

Invece di abituare i bambini a gestire piccole somme di denaro, stiamo insegnando loro che devono ricevere una ricompensa anche per ciò che normalmente nella vita non prevede una ricompensa.

È sbagliato fare un parallelo tra bambini e adulti? Secondo gli esperti no, almeno non nel caso sul dovere di dare una mano in casa.

“Quando paghiamo i bambini per fare delle cose che gli esseri umani devono sempre fare come membri di una comunità e di una famiglia, passiamo loro il messaggio che hanno tutto il diritto di ricevere una ricompensa per queste cose”, afferma Heather Beth Johnson, sociologo all’Università Lehigh.

Lo scambio denaro-faccende domestiche può generare un’aspettativa nei bambini, che finiscono così per credere di dover ricevere dei premi per dei compiti di base. Piuttosto, i genitori dovrebbero considerare i figli come membri della famiglia, al pari di tutti gli altri, e per questo motivo in dovere di aiutare nelle loro possibilità.

Gli esperti fanno risalire all’età di 18 mesi il momento in cui i bambini iniziano a desiderare di dare una mano in casa – curiosi di essere coinvolti nelle attività “dei grandi”: a questo punto, le famiglie reagiscono in due modi diversi. Alcune accettano ben volentieri l’iniziativa dei figli, altri la considerano pur sempre un intralcio al normale svolgimento delle faccende. 

“Li distraiamo con altre attività, sbrighiamo le faccende quando dormono, facciamo capire loro che la loro voglia di aiutare non è poi così utile; non deve essere sorprendente che dopo poco tempo questo slancio naturale all’aiuto casalingo si estingua”, aggiunge Johnson.

Se i genitori non accettano l’aiuto dei figli, sarà molto difficile recuperare quando saranno più grandi e in grado di svolgere altre attività in casa. Ecco perché è molto importante far sentire subito il bambino parte della famiglia, dal momento in cui egli stesso si rende conto di esserlo – intorno ai 18 mesi.

Gli esperti non vietano in modo assoluto una ricompensa economica, anzi la prevedono specialmente in due occasioni: quando il bambino svolge mansioni extra, oppure come compenso settimanale indipendente dall’aiuto domestico.

Fonte: Curioctopus.it